
OMBRE CINESI
Si dice che uno dei criteri per valutare la cultura di un popolo sia la raffinatezza dei suoi anatemi. Una famosa maledizione cinese suona così - che tu possa vivere in tempi interessanti.
Mentre si svolgevano le Olimpiadi di Pechino, un'Italia musona e sonnolenta centellinava le sue vacanze, accorgendosi a stento del conflitto in Georgia e dell'avvento di una nuova guerra fredda. Neanche la serie infinita delle polemiche velleitarie e bugiarde sui diritti del Tibet, con l'impudica richiesta agli atleti di quella prova muscolare da cui la politica si è accortamente tenuta alla larga, l'hanno destata dal suo tradizionale torpore estivo, appena lambito da una manciata di fattacci di cronaca e dal caro-pasta.
Dice - ma allora non li hai seguiti, i Giochi olimpici?
Eccome se li ho seguiti, e per alcuni aspetti mi sono persino piaciuti. Mi sono piaciute le nostre vittorie, innanzitutto. La solita, feroce determinazione di Valentina Vezzali, che considero essere la vera icona dello sport italiano per volontà e costanza, oltre che per il talento, e se non ce ne accorgiamo è solo perché non è ancora uscita con Stefano Bettarini. La tenacia umile e saggia di Alex Schwazer, che dichiara alla stampa "Quando dicono che i giocatori hanno le palle, mi chiedo: e allora chi marcia per 50 chilometri? Per vincere un'Olimpiade devi essere felice dentro". La rabbia di Roberto Cammarelle e la felice rivalsa di Federica Pellegrini. Mi è piaciuto meno Gianni Petrucci, il Presidente del Coni che, intervistato dopo la partenza scoppiettante degli italiani, si è premurato di precisare che sì, vincere è fantastico, ma arriveranno comunque giorni grigi e senza medaglie, perciò bando agli entusiasmi. Uno così lo manderei a lavorare in un call center, ma solo per fargli fare il motivatore, si vede che ha la stoffa. E poi ci stupiamo di aver collezionato 13 quarti posti.
Mi è piaciuta la sfilata delle delegazioni, colorate, variopinte, festose. Il pubblico, obiettivamente molto sportivo, ha avuto un applauso per tutti, e per un momento pensi davvero che un mondo migliore sia possibile. La delegazione della Palestina, quattro componenti per giunta nuotatori, mi ha fatto tenerezza e mi ha fatto pensare che le vie dell'Olimpo sono più infinite di quelle di nostro Signore.
Mi è piaciuta la cerimonia inaugurale. Un po' lunga, per la verità, ma spettacolare. Suggestiva ed impressionante la coordinazione marziale delle comparse coinvolte nelle rappresentazioni, espressione di un popolo che ha trovato il nuovo dio nell'unione dei suoi scopi, e che si è a lungo impegnato per raccontare tutto l'orgoglio di una potenza economica e tecnologica consapevole di aver vinto la partita. Perché, nonostante gli squittii indignati dei Paesi cosiddetti democratici, malgrado le dichiarazioni dispettose e imbronciate di questo o quel ministro in cerca di benemerenza, la Cina da questi Giochi esce vincitrice. E non solo per il medagliere, fatto peraltro lievitare da giurie compiacenti e che sta lì a rammentarci lo spostamento dell'asse dello sviluppo mondiale verso i Paesi asiatici e africani.
Ne è la conferma la convinta ostinazione nel praticare l'intolleranza e la repressione più congeniali alla sua politica di conquista. Il Dalai Lama s'è rimangiato il numero ma non il fatto. Che le vittime dell'ennesimo massacro ai danni dei Tibetani siano più o meno di centoquarantaquattro, non conta. Nel corso di queste due settimane, è proseguita la violenza, ed è proseguita la censura, nei villaggi reali e in quelli globali. Internet è stato posto sotto controllo, iTunes è stato bloccato per impedire la diffusione di una raccolta di canzoni a favore dei diritti delle minoranze calpestate. Due donne settantenni sono state giudicate pericolose sovversive e condannate ad un anno di rieducazione nei campi di lavoro per il solo fatto di aver seguito le grottesche procedure che regolavano il diritto di protesta - richiesta di un modulo da compilare e attesa della necessaria approvazione della manifestazione del dissenso, da esprimersi esclusivamente in uno dei tre punti indicati dalle forze dell'ordine. Dissenso peraltro motivato: la signora Wang e la signora Wu rivendicano da sei anni la giusta compensazione per la requisizione e l'abbattimento delle loro abitazioni, sacrificate all'orgoglio della Grande Cina. Invece del postino col permesso governativo, a bussare alla porta delle due ingenue signore sono andati gli agenti di polizia recanti la condanna ad un anno di laogai.
Ma a raccontare meglio Pechino 2008 sono due vicende che hanno come protagoniste due donne, diverse per età, aspettative e consapevolezza, eppure così simili nel ruolo che il regime ha pensato per loro. La prima è la storia di Guo Jingjing. Chi ha seguito le Olimpiadi sa che è una tuffatrice sublime. Guo ha già vinto decine di competizioni, la sua faccia gode da tempo di notorietà nazionale e lei rappresenta un modello per le giovani generazioni. L'oro di Atene 2004 ha portato con sé ulteriore successo e vita mondana. Da noi sarebbe diventata velina, si sarebbe fidanzata con un calciatore e si sarebbe imbarcata per l'Honduras, non necessariamente in quest'ordine. Ma siamo in Cina, e in Cina la notorietà significa soltanto, almeno per ora, interviste e lauti banchetti. Guo si lascia andare, luci della ribalta, involtini primavera, e i tuffi non le vengono più tanto bene. Qualcuno inizia a preoccuparsi per le sorti della gloria nazionale. Il governo decide allora di spedirla in una sconosciuta località, sottraendola ai media e allontanandola dalle distrazioni. Risultato? Guo ritorna ad essere la campionessa che tutti conoscono, grazie ad un duro allenamento e ad un sofferto bagno d'umiltà. Dal suo esilio, fa pervenire una lettera al popolo cinese e ai suoi governanti, nella quale si scusa per le delusioni procurate, per il tempo perso in interviste ed eventi mondani, e promette di ritornare a concentrarsi esclusivamente sulla disciplina che dà lustro al suo nome e a quello del suo Paese. La Cina la perdona, Guo vince la medaglia d'oro.
Altra storia, altro talento. Yang Peiyi ha sette anni e una voce soave. Il partito sta cercando una bambina che canti in diretta televisiva l'Ode alla Patria, composta nel 1950 e diventata ben presto una canzone sacra per il patrimonio storico cinese. Si tratta di vocalizzare davanti a milioni di ascoltatori, compresi ovviamente i più grande leader politici presenti all'inaugurazione di Pechino. Ma si tratta, sopra ogni altra cosa, di presentare la nuova Cina al mondo intero: lieve, pacifica, colma di gioia e di armonia. In una parola - perfetta. E ad una nazione perfetta serve una bambina perfetta. Yang, di perfetto ha solo la voce. Per carità, è una creatura graziosa, però ha quel piccolo difetto, i dentini appena sporgenti, che la rendono simpatica ma assai poco televisiva. E l'immagine della Cina non può permettersi sbavature. Un solo granello di feci di topo può rovinare un'intera padella di riso, dice il saggio. La soluzione è Lin Miaoke. Nove anni, visino adorabile, capelli neri lunghi e lucenti e, soprattutto, perfetta dentizione. Sfortunatamente Lin Miaoke non ha il timbro melodioso di Yang, ma a questo si può porre rimedio: Lin si piazzerà sotto le telecamere col suo vestitino rosso e i dentini luccicanti facendo finta di cantare, mentre dietro le quinte Yang le presterà la voce. In breve, Yang doppia Lin. Sulle piccole spalle di Yang l'onore del patrio destino, sulle gote di Lin il belletto che occorre alla luce dei riflettori. Berlusconismo in salsa di soia.
Eccola, l'immagine perfetta della Cina - un volgare playback. Un falso, davanti a cui passano in second'ordine anche i ritocchi anti-maoisti che il testo della canzone ha subito, con l'eliminazione delle strofe che inneggiavano apologetiche al Grande Timoniere. Perché è lecito, talvolta persino auspicabile che un Paese modifichi la sua visione politica, quindi i suoi punti di riferimento e le sue ambizioni. Quello che non è lecito invece è giocare sporco, e la Cina lo fa, animata da un'ansia di perfezione totalitaria che la fa scalpitare per la conquista del timone della Storia. E non importa che questo significhi l'asservimento dei singoli ai traguardi che la classe dirigente ha immaginato per il Paese, o che individui ed etnie perdano la loro identità. Ciò che conta è la consacrazione della Cina al ruolo che le dinamiche di potere economico e politico vogliono che le competa.
Interessanti, queste Olimpiadi.

















