mercoledì, 27 agosto 2008

east versus ovest

OMBRE CINESI

Si dice che uno dei criteri per valutare la cultura di un popolo sia la raffinatezza dei suoi anatemi. Una famosa maledizione cinese suona così - che tu possa vivere in tempi interessanti. 

Mentre si svolgevano le Olimpiadi di Pechino, un'Italia musona e sonnolenta centellinava le sue vacanze, accorgendosi a stento del conflitto in Georgia e dell'avvento di una nuova guerra fredda. Neanche la serie infinita delle polemiche velleitarie e bugiarde sui diritti del Tibet, con l'impudica richiesta agli atleti di quella prova muscolare da cui la politica si è accortamente tenuta alla larga, l'hanno destata dal suo tradizionale torpore estivo, appena lambito da una manciata di fattacci di cronaca e dal caro-pasta.

Dice - ma allora non li hai seguiti, i Giochi olimpici?

Eccome se li ho seguiti, e per alcuni aspetti mi sono persino piaciuti. Mi sono piaciute le nostre vittorie, innanzitutto. La solita, feroce determinazione di Valentina Vezzali, che considero essere la vera icona dello sport italiano per volontà e costanza, oltre che per il talento, e se non ce ne accorgiamo è solo perché non è ancora uscita con Stefano Bettarini. La tenacia umile e saggia di Alex Schwazer, che dichiara alla stampa "Quando dicono che i giocatori hanno le palle, mi chiedo: e allora chi marcia per 50 chilometri? Per vincere un'Olimpiade devi essere felice dentro". La rabbia di Roberto Cammarelle e la felice rivalsa di Federica Pellegrini. Mi è piaciuto meno Gianni Petrucci, il Presidente del Coni che, intervistato dopo la partenza scoppiettante degli italiani, si è premurato di precisare che sì, vincere è fantastico, ma arriveranno comunque giorni grigi e senza medaglie, perciò bando agli entusiasmi. Uno così lo manderei a lavorare in un call center, ma solo per fargli fare il motivatore, si vede che ha la stoffa. E poi ci stupiamo di aver collezionato 13 quarti posti.

Mi è piaciuta la sfilata delle delegazioni, colorate, variopinte, festose. Il pubblico, obiettivamente molto sportivo, ha avuto un applauso per tutti, e per un momento pensi davvero che un mondo migliore sia possibile. La delegazione della Palestina, quattro componenti per giunta nuotatori, mi ha fatto tenerezza e mi ha fatto pensare che le vie dell'Olimpo sono più infinite di quelle di nostro Signore. 

Mi è piaciuta la cerimonia inaugurale. Un po' lunga, per la verità, ma spettacolare. Suggestiva ed impressionante la coordinazione marziale delle comparse coinvolte nelle rappresentazioni, espressione di un popolo che ha trovato il nuovo dio nell'unione dei suoi scopi, e che si è a lungo impegnato per raccontare tutto l'orgoglio di una potenza economica e tecnologica consapevole di aver vinto la partita. Perché, nonostante gli squittii indignati dei Paesi cosiddetti democratici, malgrado le dichiarazioni dispettose e imbronciate di questo o quel ministro in cerca di benemerenza, la Cina da questi Giochi esce vincitrice. E non solo per il medagliere, fatto peraltro lievitare da giurie compiacenti e che sta lì a rammentarci lo spostamento dell'asse dello sviluppo mondiale verso i Paesi asiatici e africani. 

Ne è la conferma la convinta ostinazione nel praticare l'intolleranza e la repressione più congeniali alla sua politica di conquista. Il Dalai Lama s'è rimangiato il numero ma non il fatto. Che le vittime dell'ennesimo massacro ai danni dei Tibetani siano più o meno di centoquarantaquattro, non conta. Nel corso di queste due settimane, è proseguita la violenza, ed è proseguita la censura, nei villaggi reali e in quelli globali. Internet è stato posto sotto controllo, iTunes è stato bloccato per impedire la diffusione di una raccolta di canzoni a favore dei diritti delle minoranze calpestate. Due donne settantenni sono state giudicate pericolose sovversive e condannate ad un anno di rieducazione nei campi di lavoro per il solo fatto di aver seguito le grottesche procedure che regolavano il diritto di protesta - richiesta di un modulo da compilare e attesa della necessaria approvazione della manifestazione del dissenso, da esprimersi esclusivamente in uno dei tre punti indicati dalle forze dell'ordine. Dissenso peraltro motivato: la signora Wang e la signora Wu rivendicano da sei anni la giusta compensazione per la requisizione e l'abbattimento delle loro abitazioni, sacrificate all'orgoglio della Grande Cina. Invece del postino col permesso governativo, a bussare alla porta delle due ingenue signore sono andati gli agenti di polizia recanti la condanna ad un anno di laogai.

Ma a raccontare meglio Pechino 2008 sono due vicende che hanno come protagoniste due donne, diverse per età, aspettative e consapevolezza, eppure così simili nel ruolo che il regime ha pensato per loro. La prima è la storia di Guo Jingjing. Chi ha seguito le Olimpiadi sa che è una tuffatrice sublime. Guo ha già vinto decine di competizioni, la sua faccia gode da tempo di notorietà nazionale e lei rappresenta un modello per le giovani generazioni. L'oro di Atene 2004 ha portato con sé ulteriore successo e vita mondana. Da noi sarebbe diventata velina, si sarebbe fidanzata con un calciatore e si sarebbe imbarcata per l'Honduras, non necessariamente in quest'ordine. Ma siamo in Cina, e in Cina la notorietà significa soltanto, almeno per ora, interviste e lauti banchetti. Guo si lascia andare, luci della ribalta, involtini primavera, e i tuffi non le vengono più tanto bene. Qualcuno inizia a preoccuparsi per le sorti della gloria nazionale. Il governo decide allora di spedirla in una sconosciuta località, sottraendola ai media e allontanandola dalle distrazioni. Risultato? Guo ritorna ad essere la campionessa che tutti conoscono, grazie ad un duro allenamento e ad un sofferto bagno d'umiltà. Dal suo esilio, fa pervenire una lettera al popolo cinese e ai suoi governanti, nella quale si scusa per le delusioni procurate, per il tempo perso in interviste ed eventi mondani, e promette di ritornare a concentrarsi esclusivamente sulla disciplina che dà lustro al suo nome e a quello del suo Paese. La Cina la perdona, Guo vince la medaglia d'oro.

Altra storia, altro talento. Yang Peiyi ha sette anni e una voce soave. Il partito sta cercando una bambina che canti in diretta televisiva l'Ode alla Patria, composta nel 1950 e diventata ben presto una canzone sacra per il patrimonio storico cinese. Si tratta di vocalizzare davanti a milioni di ascoltatori, compresi ovviamente i più grande leader politici presenti all'inaugurazione di Pechino. Ma si tratta, sopra ogni altra cosa, di presentare la nuova Cina al mondo intero: lieve, pacifica, colma di gioia e di armonia. In una parola - perfetta. E ad una nazione perfetta serve una bambina perfetta. Yang, di perfetto ha solo la voce. Per carità, è una creatura graziosa, però ha quel piccolo difetto, i dentini appena sporgenti, che la rendono simpatica ma assai poco televisiva. E l'immagine della Cina non può permettersi sbavature. Un solo granello di feci di topo può rovinare un'intera padella di riso, dice il saggio. La soluzione è Lin Miaoke. Nove anni, visino adorabile, capelli neri lunghi e lucenti e, soprattutto, perfetta dentizione. Sfortunatamente Lin Miaoke non ha il timbro melodioso di Yang, ma a questo si può porre rimedio: Lin si piazzerà sotto le telecamere col suo vestitino rosso e i dentini luccicanti facendo finta di cantare, mentre dietro le quinte Yang le presterà la voce. In breve, Yang doppia Lin. Sulle piccole spalle di Yang l'onore del patrio destino, sulle gote di Lin il belletto che occorre alla luce dei riflettori. Berlusconismo in salsa di soia.

Eccola, l'immagine perfetta della Cina - un volgare playback. Un falso, davanti a cui passano in second'ordine anche i ritocchi anti-maoisti che il testo della canzone ha subito, con l'eliminazione delle strofe che inneggiavano apologetiche al Grande Timoniere. Perché è lecito, talvolta persino auspicabile che un Paese modifichi la sua visione politica, quindi i suoi punti di riferimento e le sue ambizioni. Quello che non è lecito invece è giocare sporco, e la Cina lo fa, animata da un'ansia di perfezione totalitaria che la fa scalpitare per la conquista del timone della Storia. E non importa che questo significhi l'asservimento dei singoli ai traguardi che la classe dirigente ha immaginato per il Paese, o che individui ed etnie perdano la loro identità. Ciò che conta è la consacrazione della Cina al ruolo che le dinamiche di potere economico e politico vogliono che le competa.

Interessanti, queste Olimpiadi.

 


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martedì, 26 agosto 2008

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VEDI NAPOLI E POI MUORI

Quanto tempo era trascorso dalla denuncia di due romeni per lo stupro di una turista olandese a Roma? Un paio di giorni, forse. Ed ecco un altro episodio di ferocia da branco, questa volta a Napoli, su una spiaggia di Torre Annunziata per la precisione, messo in atto ai danni di un'altra turista, una ragazza tedesca di 25 anni, in vacanza col fidanzato.

Stavolta la razza belluina è locale, si tratta di tre italiani. Il copione è il solito, effetti della globalizzazione: ingresso a sorpresa e rapina a mano armata, ma il bottino è insoddisfacente, appena 50 euro e un paio di telefonini, allora per dispetto si prendono lei, a turno. La minacciano con una pistola, la prendono per i capelli, la sbattono contro il cofano della macchina, lì in piedi però non viene bene, i picciotti sono nervosetti, meglio infilarsi dentro, è più intimo.

"Bella, sei bella" le ripetono mentre la violentano.

Sandra e David, i due turisti tedeschi, hanno un cagnolino con loro. Non smette di abbaiare da quando sono arrivati i criminali, per questo viene picchiato e scaraventato fuori dall'abitacolo. Quando hanno finito, Sandra cerca di uscire dall'auto, è sconvolta, e sa che David è immobilizzato dentro la loro tenda con la pistola alla tempia. Arriva uno degli stupratori, quello del primo turno. "Dove vai?"

Secondo giro.

Finalmente decidono di andarsene, non prima di aver chiarito oltre ogni ragionevole dubbio chi è l'animale. Il cane viene ucciso a poca distanza, nei pressi degli scogli. Una coltellata gli ha squarciato la pancia.

Il primo ad essere fermato è un minorenne, sedici anni, figlio di un boss del clan Gionta, il padre è agli arresti per omicidio ed estorsione. La polizia l'ha trovato al matrimonio del fratello con una pistola nel calzino. "Volevo solo sparare in aria per fare gli auguri agli sposi". Mammà è confusa, non può essere stato il piccirillo, l'altra notte c'ha portato pure i bomboloni alla crema per la colazione, e poi che modi, siamo in Chiesa, ve ne siete accorti?

Ma Sandra l'ha riconosciuto. Stesso sguardo strafottente, stesso atteggiamento indifferente. Quando gli fanno ripetere "bella, quanto sei bella", il sangue torna a gelarsi. E' lui.

Qualche ora fa sono stati condotti in commissariato altri due ragazzi, se ne ipotizza la complicità, ma la loro posizione è al vaglio degli inquirenti. Altri due minorenni. Non era minorenne Andrej Vasile, il romeno arrestato per la violenza di Ponte Galeria, ma aveva appena vent'anni, ed ha stuprato una donna che poteva essere sua madre.

Quella donna ora è in ospedale, col volto tumefatto e senza denti, chiede al marito di stare tranquillo, di fare quello che dicono i medici, che sono tanto bravi. Sandra e David invece sono già a Rostock, e giurano che non metteranno più piede in Italia. Ciascuno avrà bisogno di tempo per curare le proprie ferite.

E noi? Quanto tempo ci occorrerà ancora, prima di capire che abbiamo un problema e che il problema non è l'imprudenza dei turisti? Quante vittime da compiangere, prima di abbandonare proclami demagogici e tagli in finanziaria? Non lo accetto, da un Sindaco che ha fatto della lotta alla criminalità il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, un mazzo di fiori a tacitare la coscienza. E mi disgusta il giochino delle dichiarazioni ad effetto, quel consueto, osceno esercizio retorico di una classe politica che strumentalizza, a fini politici, le tragedie vissute sulla pelle degli altri. Vittime violate due volte, dai criminali e dalle istituzioni. Laddove non arrivi la politica, possa intervenire il pudore.

Quanto a Napoli, di immondizia da raccogliere e bruciare ce n'è ancora parecchia.

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categoria:politica, criminalità, violenze
martedì, 26 agosto 2008

Medaglia

 Il Romeno dell'Anno

"Non volevamo i soldi, volevamo solo stuprare la donna".

E' questa la dichiarazione rilasciata da Paul Petre, 32 anni, e Andrej Vasile Bohues, 20 anni, i due romeni che, nella notte tra venerdì e sabato scorso, hanno aggredito una coppia di turisti olandesi accampati in tenda a Ponte Galeria, massacrandoli di bastonate, rapinandoli e violentando a turno la donna di fronte alla disperazione impotente del marito.

Non volevamo rapinarli, noi volevamo lei, ripetono, mentre la donna, che ha perso i denti per le bastonate ed è costretta a letto dal dolore, rifiuta gli analgesici della terapia ospedaliera affermando di essere pronta ad accettare la sua croce e di aspettare che il corpo reagisca da solo. I dottori si dicono impressionati dalla sua forza e dal suo coraggio.

Curavo una rubrica, tempo fa, "Il Romeno della Settimana", che premiava virtualmente il cittadino rumeno capace di distinguersi per qualche gagliarda impresa in spregio della legge e della pietà umana. A stento tale rubrica sopravvisse a Nicolae Romulus Mailat, il ventiquattrenne romeno che l'ottobre scorso fece scempio della vita di Giovanni Reggiani a Tor di Quinto.

Ma quando scendono in campo dei fuoriclasse del calibro di Petre e Vasile, bisogna avere l'umiltà della resa, e riconoscere la propria inadeguatezza. Di fronte a certe affermazioni, di fronte alla richiesta, all'apparenza persino naive, di un' attenuante motivata dalla confessione del vero scopo dell'aggressione, la violenza sessuale e non la rapina, bisogna chinare la testa e rendere omaggio a tanta sagace scaltrezza. Altro che carcere, altro che provvedimento di espulsione! Questi due meritano la cittadinanza onoraria, giacché danno prova di compiuta integrazione e dimostrano di conoscere alla perfezione il Paese e le sue usanze.

Da parte mia, dico basta. Conferendo alla premiata ditta Petre e Vasile il titolo impareggiabile di Romeni dell'Anno, la Rubrica si congeda. E' ormai chiaro che si tratta di una lotta impari.

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lunedì, 25 agosto 2008

tonyduvert

PEDO-TEORICI

Questo qui sopra si chiama Tony Duvert e prima di un paio di giorni fa non l'avevo mai visto. Leggo sul giornale che è morto, pare per cause naturali, nella solitudine della sua casa di Thorè-la-Rochette, il suo corpo è stato scoperto ad un mese dal decesso solo in seguito all'allarmante tracimare della sua cassetta delle lettere. Leggo anche che l'intero mondo letterario francese è in lutto, allora mi pervade il senso di colpa e comincio a raccogliere informazioni.

Tony Duvert nasce a Parigi nel 1945. La sua fama è legata alla pubblicazione di testi che teorizzano la pederastia e che ne spiegano la necessità all'interno del contesto sociale. Non so perché, ma il senso di colpa si allontana, in compenso aumenta la curiosità, qualcosa mi dice che il meglio deve ancora venire. La critica lo apprezza e lo premia per le sue opere di grande interesse e suggestione, definite sanamente sovversive. Vediamola, cotanta arte.

Esordisce nel 1967 con "Recidiva", che racconta l'immaginario erotico di un adolescente omosessuale. In seguito pubblica "Ritratto di uomo-coltello", "Divieto di soggiorno", "Il viaggiatore", sempre esplorando le fantasie dell'omosessualità. Che dire? Più che sovversivo, ossessionato. Sicuramente autobiografico. Di esplorazione in esplorazione, Duvert approda volenteroso alla pedofilia. Nel 1973, anche godendo del sostegno di intellettuali del calibro di Roland Barthes (e qui mi è crollato un mito, ma è un problema mio), le sue esplorazioni vengono premiate e il sovversivo Duvert ottiene il Premio Medecis per l'opera "Passaggi di fantasia", che narra i giochi sessuali tra un adulto e un bambino. Speriamo siano stati solo di fantasia, ma il dubbio è legittimo.

Duvert ci ha preso gusto e nel 1974, anno in cui si trasferisce in Marocco, il nostro plurideviato pluripremiato dà alle stampe "Il buon sesso", che rappresenta una risposta ironica - sovversivo sì, ma con il senso dell'umorismo - ad una famosa enciclopedia sulla sessualità, e al contempo una sorta di manifesto pedofilo che reclama il-diritto-dei-bambini-a-beneficiare-della-liberazione-sessuale-che-può-portare-loro-il-pederasta-contro-la-costrizione-derivante-dalle-imposizioni-morali-provenienti-dalla-famiglia. Voi non l'avete già sentita da qualche parte? In testa a ciascun capitolo del testo è riprodotta l'immagine di un dodicenne in erezione. Sovversione? No, avanguardismo puro. Sebbene anche le retrovie sembra non gli dispiacciano.

Nel 1976 è la volta di "Giornale di un innocente", mentre nel 1978 pubblica "Quando morì Jonathan", che ripercorre l'avventura amorosa di un artista in età matura con un bambino di otto anni. Otto anni, e una risata in faccia a chi si ostina a perdersi in sottili distinguo considerando profondo e definitivo il solco tra puberi e prepuberi, e tra pederastia classica e moderna pedofilia, scomodando l'antica Grecia per giustificare pratiche abominevoli.

Mi pare evidente che siamo di fronte ad una perdita memorabile, da qualche giorno siamo tutti un po' più poveri. Peccato. Che ci abbia messo tanto.

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categoria:intellettuali, pedofilia, tony duvert
sabato, 23 agosto 2008

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ANDIAMO AL LAGHETTO?

Forse gliel'ha chiesto, mentre la aiutava a portare quell'enorme zaino rosa. Forse invece ce l'ha trascinata a forza, mentre lei obiettava che aveva troppi compiti da fare. Forse l'ha convinta con un gelato, lo sanno tutti che i bambini non sanno dire di no al gelato.

Erano circa le 16.30 del pomeriggio, Michelle è uscita da scuola ma a casa non è mai arrivata. Il suo corpo è stato trovato un paio di giorni fa, galleggiava nello stagno di un parco di Lipsia, non lontano dal luogo dove abita la famiglia della bambina. Era scomparsa il 18 agosto.

Adesso al laghetto ci va la polizia, che raccoglie prove e offre una taglia di diecimila euro a chiunque fornisca informazioni utili alla cattura dell'assassino.

Chiunque tu sia, lurido bastardo, a qualunque razza, religione o età tu appartenga, devi morire. Di una morte lenta e dolorosa, di una morte atroce, che ti insinui almeno il dubbio di avere sbagliato qualcosa. Di una morte che ti faccia provare la paura che ha provato Michelle, che ti faccia gridare come ha gridato lei, che ti righi il volto di lacrime impotenti. Che ti faccia gridare basta sapendo che non finirà. Che ti faccia soffrire come hai fatto soffrire lei.

L'hai strappata alla sua vita nel modo più disumano e vigliacco. Devi morire.

*********

"Se giustiziamo gli assassini, quand'anche la cosa non abbia nessun effetto deterrente, abbiamo comunque fatto fuori un certo numero di assassini. Se invece non giustiziamo gli assassini, e così facendo non abbiamo evitato ulteriori uccisioni, abbiamo comunque permesso l'uccisione di un certo numero di vittime innocenti.
Io, piuttosto, preferisco rischiare la prima evenienza.
"

John C. McAdams, On deterrence

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giovedì, 21 agosto 2008

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GANA E CLAUDIO

Gana guarda Claudio. A volte lo fissa, sembra lo studi, quasi a volerne imprimere nella memoria i lineamenti. Altre volte invece lo sfiora solo con gli occhi, lo accarezza, lo bacia. Lo stringe a sé, poi se lo carica sulle spalle, per non lasciarlo solo. Lui resta immobile, ma a Gana non importa. Quello che conta è averlo accanto, rimirargli le dita piccole, sentirne ancora l'odore, come se lui fosse ancora con lei. Gana aveva immaginato di doversi prendere cura di lui e così farà, probabilmente per molto tempo ancora, prima che riescano a sottrarle quel corpicino inerte. Lei resta a fargli da guardia, tenera e guardinga.

Qualche volta sembra che si distragga, che la sua mente corra lontana, e forse lo fa davvero, per dolorosa necessità. Poi però riprende ad accudirlo, a riempirlo di coccole desolate. Gana si rotola a terra con lui e finge di dimenticare.

Mentre ne osservi i movimenti semplici, i gesti di abitudine, puoi pensare che non abbia capito, che non si renda conto di quanto è accaduto. Ma basta che si volti un istante e che ti guardi negli occhi. In quell'istante diventa chiaro che sei tu a non aver capito. Allora puoi leggere dentro a quello sguardo così simile al nostro tutta la sorda disperazione di una madre che ha perso suo figlio, e non sa trovare un senso al suo dolore.

Perché Gana è una gorilla, e Claudio era il suo cucciolo.

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categoria:animali, dolore, figli
giovedì, 21 agosto 2008

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BOUTHELIG AL BUCA BEACH

La domanda non è - cosa volesse fare con la bambina.

La domanda è - perchè un elemento del genere di Bouthelig Djallel fosse a piede libero. Perché fosse in grado di nuocere di nuovo, visti i precedenti. Che sono, nell'ordine, spaccio, furto, rissa, reati contro il patrimonio e, naturalmente, un provvedimento di espulsione a suo carico non ottemperato. Adesso si sono aggiunti tentato sequestro di persona, detenzione di coltello a serramanico e resistenza violenta a pubblico ufficiale. Un bijoux.

Sì, perché oggi Bouthelig ha dato il meglio di sé. La gara della vita, per restare in tema di Olimpiadi - contro il tempo, contro il torpore provocato da una delle sue solite sbronze, contro le forze dell'ordine e contro chi l'ha accerchiato per ricordargli che se gli Italiani sono in semifinale nel pugilato, un motivo c'è. L'hanno preso a pugni, Bouthelig, perché se l'è meritato. Oggi, nei pressi di Ostia, litorale romano, l'algerino ha strappato una bimba di tre anni dalle braccia della madre, occupata a mettere ordine tra gli asciugamani e i secchielli al termine di una mattinata al Buca Beach. Dopo averlo rincorso per circa un chilometro un paio di uomini, che avevano assistito alla scena e si erano lanciati all'inseguimento del rapitore, sono riiusciti a raggiungerlo e ad immobilizzarlo. Solo il successivo intervento della polizia ha risparmiato Bouthelig da un linciaggio sicuro.

La domanda è - vi dispiace? A me da morire.

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categoria:violenza, linciaggi mancat, romeni ma non solo
domenica, 17 agosto 2008

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ESTATE 2008 - COME CI VEDONO

ATTENZIONE TURISTI: SE E' DIVERTENTE, IN ITALIA E' PROIBITO

CHE TU FACCIA ROTTA SU UNA SPIAGGIA O UNA PANCHINA AL PARCO SENZA CONOSCERE LE REGOLE, SCRIVE PETER POPHAM, PUOI TORNARTENE A CASA CON UNA MULTA SALATA

Domenica, 17 agosto 2008

Oltre ai ben noti pericoli della tintarella, gli attacchi delle meduse e i pizzichi al sedere, quest'estate i turisti che hanno scelto l'Italia come meta delle loro vacanze dovranno affrontare un nuovo tipo di minacce, frutto dell'attacco frontale del governo Berlusconi a quella che viene comunemente definita l' emergenza sicurezza".

I Comuni hanno ottenuto carta bianca per adottare contromisure in materia di sicurezza, e il risultato è una tempesta di leggi e regolamenti che minacciano di trasformare il Belpaese in un grande Stato-bambinaia per tutti.

Turisti inconsapevoli rischiano multe salate per aver fatto cose che sono perfettamente legali ovunque nel mondo, eccetto la particolare città dove si trovano.

A Genova, per esempio, ora è contro la legge andarsene in giro con una bottiglia di vino o una lattina di birra in mano. A Roma lo puoi fare, ma se ti rilassi all'ombra di un pino o sui gradini di Piazza di Spagna per berla, o solo per mangiare un panino, il tuo indecoroso comportamento sarà punito. Lo stesso accade se alla pausa fai seguire un pisolino.

Normative rigorose sono destinate a chi ama la spiaggia: chi fuma su una di quelle di Olbia, in Sardegna, rischia una multa di 360 euro (260 sterline), mentre vale per tutto il territorio nazionale il divieto di farsi massaggiare dagli immigrati, che mette in guarda sugli effetti potenzialmente pericolosi di trattamenti estetici o terapeutici offerti da persone prive di necessarie qualifiche o competenze. Ad Eraclea, vicino Venezia, i genitori devono prestare particolare attenzione ai loro pargoli: proibiti i castelli di sabbia, in quanto ostruiscono il passaggio lungo il bagnasciuga.

I racchettoni e altri giochi con la palla sono proibiti, e chi si tuffa imprudentemente in aree non consentite può pagarla davvero cara. E Dio perdoni i vacanzieri che osano allontanarsi dalla spiaggia in boxer o bikini - è contro la legge. La caccia alle streghe nazionale contro i venditori di merce contraffatta è spietata a Ostia, la spiaggia più popolare di Roma, grazie all'intervento di elicotteri che la pattugliano e che rendono l'esperienza balneare più infernale del solito.

Ma lontano dall'acqua le cose non sembrano andare meglio. Due individui possono sedersi su una panchina al parco nella città di Novara, ma se a loro si unisce una terza persona dopo le undici di sera, i tre infrangono la legge. A Viareggio una panchina può ospitare persone fino a schiacciarsi, ma se una di queste ci mette i piedi sopra scatta la multa. Sbriciola il tuo panino per sfamare i piccioni di Lucca, e ti alleggerirai le tasche di centinaia di euro.

Il giro di vite contro la questua è scattato in molte località - inclusa Assisi, la città di S.Francesco, che iniziò la sua nuova vita da mendicante. Nella romantica Verona sono andti fino in fondo, e l'elemosina viene confiscata. A Firenze, nel frattempo, è proibito lavare i vetri ai semafori.

Può darsi che il governo Berlusconi sia stato il primo ad aver introdotto un Ministero per la Semplificazione, con il compito di ridurre il numero delle leggi, ma con la scusa di una maggiore democrazia e sicurezza locali il suo Ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha lasciato fiorire una miriade di leggine qua e là. Probabilmente la maggior parte di esse non verrà neanche applicata, ma è una magra consolazione per l'amante dei piccioni che tornerà a casa con una pesante multa tra i suoi souvenirs.  

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categoria:come ci vedono, stampa straniera
sabato, 16 agosto 2008

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La Casa di Asterione

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E' vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne' la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.

E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.

"Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso."

Tratto dall'"Aleph" di J. L. Borges, Ed. Feltrinelli.

Nota:[*] L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti. 

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Ho letto questo racconto e ho pianto. L'ho letto in colpevole ritardo, ma i tempi a quanto pare non sono il mio forte. Un omaggio a Jorge Luis Borges e alla persona stupenda che mi ha fatto conoscere la sua opera.

 

 

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mercoledì, 13 agosto 2008

pietra

MALEDETTA NOIA/2

Mi hanno tirato un sasso.

E' successo ieri sera, erano le undici passate. Ero al parco, il solito parco della solita passeggiata col cane. E infatti ero col cane, e siccome da noi i soldati non li hanno mandati, forse perché è zona residenziale, tanto verde e affitti alle stelle, mi ha accompagnata mia madre, ché era tardi.

Però non è residenziale abbastanza, visto che il filare di lampioni che circonda l'area asfaltata, frutto di un estenuante patteggiamento col costruttore di zona, non è mai stato acceso una sola volta in quattro anni. Come mai? Sarebbe come chiedersi il motivo per cui un paio di giorni fa ho chiamato il 115 per un principio di incendio sulla Cristoforo Colombo (direzione Roma, altezza Castel Fusano) col telefono che è squillato invano per circa dieci minuti. E' l'Italia, bellezza. L'unica fonte di luce è rappresentata dai balconi del palazzo antistante che si affacciano sul lato del parco, ed è sufficiente per vedere dove metti i piedi. Non per scorgere un cecchino armato di pietre appostato dietro un cespuglio e protetto dall' oscurità. Non per difendersi da qualcuno pronto a colpirti a tradimento per vedere di nascosto l'effetto che fa.

Lì per lì non ti rendi neanche conto, un sibilo che dura un secondo, la pietra che taglia l'aria, poi il colpo secco e grave sull'asfalto, e il rumore di un corpo che va in pezzi. Ci siamo guardate basite, cercando l'una la conferma nello sguardo dell'altra. Perché non pensi mai che possa capitare a te. Subito dopo ci siamo girate a cercare con gli occhi il cane. Era poco distante, aveva già metabolizzato la sorpresa e proseguiva con la solita andatura.

In quell'istante hanno cominciato a rincorrersi le emozioni. Paura. Rabbia. Una spiacevole sensazione di impotenza. E' brutto sentirsi vulnerabili, incapaci di difendersi. Ed è triste pensare che c'è qualcuno che valuta così poco la tua persona da volerla ferire, ridendoci su. Mi sono chiesta se avessero avuto l'intenzione di colpire me o mia madre, o il cane, e cosa sarebbe successo se ci fossero riusciti. Ho cercato di immaginarne l'espressione, di indovinarne i pensieri. Mi guardavo attorno, e sapevo che avrebbero potuto rifarlo, perché io continuavo a non vederli, mentre loro probabilmente continuavano a vedere me. Eravamo ancora un bersaglio di qualcuno abbastanza vigliacco da restare in silenzio per tutto il tempo necessario, col sorriso deluso sulla faccia.

Siamo tornate a casa, consapevoli di essere state fortunate. Ho chiamato i carabinieri, che hanno giudicato tardiva la segnalazione e inutile qualsiasi intervento, e questo ha rafforzato  la sensazione di insicurezza, e rinnovato la rabbia. Perché è vero - è sempre troppo tardi. 

Allora mi sono chiesta davvero se la punizione in questi casi debba essere commisurata al danno effettivo che si produce o piuttosto a quello che si sarebbe potuto produrre. Poteva andare diversamente. E perché? Per la marchiana stupidità, per la bestiale insensibilità, per l'assoluta e ingiustificabile vacuità di un tizio qualsiasi indeciso su come portare a termine la serata. Poteva andare diversamente e non avrei potuto fare alcunché per impedirlo né, tantomeno, perché il colpevole pagasse.

Fosse andata diversamente, lo avrei cercato a lungo, il colpevole. E, una volta trovato, non so se avrei chiamato i carabinieri.  

  

postato da: Milena75 alle ore 17:31 | Permalink | commenti (8)
categoria:valori, società, criminalità, bullismo